Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)

 

In campagna: alimentazione

 

La vita del soldato napoleonico in campagna si esplica tutta nella dialettica tra teoria e pratica, e l’alimentazione non fa eccezione.
In teoria, la razione quotidiana del soldato era uguale a quella in guarnigione, con la significativa differenza che in campagna, sempre in teoria, tutto il cibo veniva fornito dall’amministrazione militare (tant’è che, come abbiamo visto, la paga in campagna era inferiore). La razione, quindi, si componeva di 750 grammi di pane, 250 grammi di carne, 60 grammi di legumi secchi o 30 grammi di riso, secondo disponibilità, e 250 ml di vino. I regolamenti suggerivano di acquistare in loco, nelle regioni attraversate, della verdura fresca.
Nella pratica però, queste razioni erano trasportate dai carriaggi, che tendevano a restare indietro, superati dalle veloci marce della fanteria napoleonica. Questo significava che le distribuzioni si facevano sempre più rare con l’avanzare della campagna, e in alcuni casi, complice la situazione delle strade, arrivavano a cessare del tutto. I soldati erano quindi costretti a vivere del territorio, acquistando o molto più comunemente rubando il cibo che si trovava. È così che spesso il soldato napoleonico in campagna si trasformava inevitabilmente in un maraudeur, un saccheggiatore dedito continuamente alla ricerca di cibo e di altri generi di prima necessità. La pratica era talmente comune che spesso veniva istituzionalizzata: i comandanti di battaglione affidavano ai soldati più svegli l’incarico di procurare il cibo per tutti. In questo modo si otteneva un doppio risultato: i maraudeurs agivano in una cornice di quasi-legalità (le maraudes diventavano una sorta di corvée) e potevano svolgere l’attività nel modo più efficace possibile, e in più si evitava che il grosso della truppa si sbandasse in cerca di cibo, rischiando di perdersi e di non riuscire a raggiungere il reparto.
Questa pratica poteva riscontrare livelli diversi di successo, in funzione di due variabili principali: il teatro di operazioni e l’itinerario di marcia dei reparti. Come abbiamo già avuto modo di menzionare parlando dell’accampamento, era cosa diversa fare campagna in Italia o in Germania, piuttosto che nella pianura polacca, nelle steppe russe o nella mesa spagnola. In regioni già di per sé scarsamente popolate, e soprattutto povere, spesso la ricerca produceva solo qualche patata. Ma non era tutto: bisognava tener conto dell’itinerario di marcia delle varie divisioni e brigate; se un reparto si trovava infatti a passare lungo una strada già «battuta», in cui le fattorie erano già state saccheggiate, i soldati sarebbero rimasti digiuni. Anche per questo motivo, all’interno di ciascuna divisione le brigate si davano il cambio nel ruolo di avanguardia e retroguardia.
Anche questo inconveniente fu uno dei tanti motivi del disastro della campagna di Russia. Ritirandosi da Mosca infatti, Napoleone provò a prendere la strada del sud, verso Kaluga, per rientrare in Polonia attraversando territori vergini e ancora (relativamente) ricchi; nonostante la vittoria di Malojaroslavets, però, fu costretto a tornare sui suoi passi e a ritirarsi lungo la strada di Smolensk, che aveva già percorso, e completamente spogliato, all’andata.
Una volta recuperato il (poco) cibo disponibile, all’arrivo al campo i soldati lo cucinavano nelle pentole di squadra; queste pentole potevano avere anche un coperchio con manico che faceva anche la funzione di padella, in cui per esempio poteva essere cotta la razione di carne, o fritte le onnipresenti cipolle. La zuppa cotta veniva poi versata nelle gamelle di squadra e consumata con un cucchiaio, come in caserma. Altri pezzi che componevano la batteria da cucina della squadra erano un secchio per l’acqua, lungo e stretto, e il grand bidon de vinaigre, una grossa borraccia piena di aceto che veniva portata dal sergente. L’aceto serviva a disinfettare, per quanto possibile, l’acqua che i soldati portavano nelle loro borracce; per lo stesso motivo era anche venduto dalle vivandiere.
La zuppa veniva cotta più o meno allo stesso modo che in caserma, anche se il tempo a disposizione era inferiore, e il pasto del mattino veniva anticipato in modo da mettere qualcosa sotto i denti prima di partire per la marcia della giornata. Inoltre, c’è da considerare che, vista l’aleatorietà dei rifornimenti, spesso veniva fornito cibo per diversi giorni. Per questo motivo, per evitare che la carne (quando ce n’era) andasse a male, spesso la si cuoceva tutta, friggendola nel grasso, e i soldati se la portavano dietro già cotta. Se c’era il tempo la si poteva anche affumicare, in modo che durasse anche di più.
 

 

Francesco Di Leone
Leutenant des Fusiliers
113ème Régiment d’Infanterie de Ligne (en reconstitution)