Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)
Il viaggio verso il deposito
Nell’epoca napoleonica, i giovani coscritti, il cui mondo nella maggior parte dei casi finiva al confine del villaggio, dovevano raggiungere i depositi sparsi per tutto l’Impero, che nella sua massima estensione andava da Anversa a Roma, da Tarragona a Amburgo. A piedi.
Per fare un esempio, il deposito del 113° de Ligne, che levava le sue reclute principalmente in Toscana, fu posto inizialmente ad Avignone, poi ad Orléans. Di converso, a Firenze fu posto il deposito del 112° de Ligne, inizialmente composto da soldati belgi, poi da reclute provenienti da tutta la Francia.
I nostri giovani coscritti (ancora con gli stessi abiti civili con cui erano partiti da casa) entravano dunque subito in contatto con due aspetti fondamentali della vita militare: le lunghe, interminabili marce, e la disciplina. Erano infatti inquadrati da sottufficiali e soldati del reggimento di destinazione, venuti a prenderli apposta alla Révue de Départ.
Questi «distaccamenti di reclutamento» avevano tre compiti principali: guidare i coscritti lungo la strada, assicurandosi che i posti di tappa gli fornissero il cibo e l’alloggio previsto; instillare in loro le prime nozioni di disciplina militare, soprattutto relative alla marcia e al servizio in campagna; ma, soprattutto, evitare che scappassero.
La tentazione di «darsi alla macchia» era infatti forte: all’inizio, un po’ contrastata dallo spirito di avventura, che però scemava ben presto, con l’arrivo delle vesciche ai piedi e dei crampi allo stomaco; però, se i caporali e i sergenti che li scortavano erano bravi (e fortunati), nel momento in cui i coscritti si rendevano conto del guaio in cui si erano cacciati, nei paesi attraversati dalla marcia si parlava già un altro dialetto, o magari proprio un’altra lingua, e fuggire diventava impossibile.
Per chi comunque ci provava, c’erano i Gendarmi, pronti a arrestare subito fuggiaschi e disertori e consegnarli ad appositi «Depositi dei refrattari», da dove finivano di guarnigione in qualche insalubre fortezza o, peggio, su una nave.
La stragrande maggioranza dei coscritti, comunque, accettava suo malgrado la sorte e, dopo un lungo e disagevole viaggio, arrivava al deposito. Qui il giovane veniva iscritto ufficialmente nei registri del reggimento, riceveva un numero di matricola e diventava ufficialmente un soldato. Contemporaneamente, riceveva il proprio livret, il documento fondamentale che avrebbe segnato tutta la sua carriera militare, in cui si annotavano promozioni, cambi di reparto, distribuzione di uniformi e equipaggiamento, ma anche paghe, azioni e ferite riportate.
Veniva quindi assegnato a una squadra, un gruppo di una decina di uomini comandato da un caporale, e riceveva la prima fornitura di equipaggiamento, composta da camicia, col noir, calze, scarpe, veste, culottes, e bonnet de police, insieme alla giberna e al fucile.
La recluta iniziava subito l’addestramento individuale, detto école du soldat, sotto gli occhi del proprio caporale o di un sergente della compagnia a ciò designato. L’obiettivo era fare apprendere il prima possibile le basi dell’addestramento individuale (posizione del soldato, marcia e maneggio delle armi) per inserire poi la recluta nella compagnia formata (école de peloton).
In una caserma della fanteria napoleonica (o in un accampamento, in campagna) la maggior parte degli uomini ci apparirebbe vestita con un corto gilet a maniche lunghe, le ghette grigie, e in testa un cappello floscio, chiamato bonnet de police o berretto da fatica.
Francesco Di Leone
Leutenant des Fusiliers
113ème Régiment d’Infanterie de Ligne (en reconstitution)