Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)

 

Le cure sanitarie

 

Cosa accadeva al soldato ferito? E cosa all’ammalato? Quali malattie o ferite affrontavano, e che tipo di assistenza sanitaria potevano aspettarsi?
Innanzitutto, è necessario ricordare che solo il 30% dei morti delle guerre napoleoniche è caduto in combattimento o morto per ferite. Il 70% dei soldati moriva di malattia. Come abbiamo visto, le condizioni igienico-sanitarie non erano delle migliori, e il fisico dei soldati, pur essendo giovani nel pieno delle forze, era fiaccato dalla vita non certo salubre che conducevano. In questa situazione, qualsiasi malattia aggredisse il soldato, poteva avere conseguenze nefaste.
Le malattie più diffuse erano il tifo, contratto attraverso i morsi dei pidocchi, la febbre tifoide e la dissenteria, contratte attraverso il contatto con acqua contaminata dalle feci. In caso di malattia, c’era ben poco da fare. Il medico del reparto (ogni Reggimento di fanteria ne aveva uno) certificava lo stato del soldato e lo inviava all’ospedale militare, in cui veniva ricoverato, tenuto al caldo, per quanto possibile, e nutrito, nella speranza che si riprendesse. L’intervento attivo dei medici si limitava alla somministrazione di qualche purgante, o a qualche salasso. Purtroppo le condizioni debilitate dei soldati portavano spesso a un esito infausto;  anche che le condizioni degli ospedali non erano ideali, e i ricoverati a volte finivano per contrarre proprio al loro interno delle malattie letali (uno dei nomi con cui gli Inglesi chiamavano il tifo era proprio hospital fever).
In campagna, poi, la situazione si complicava: gli ospedali venivano allestiti in luoghi di fortuna, e non riuscivano a tenere il passo con le armate in movimento. Anche solo raggiungere l’ospedale diventava così un’impresa, e chi ci arrivava si trovava in un luogo sovraffollato, insalubre, a contatto con i feriti spesso infetti. Non c’è da meravigliarsi se i soldati preferissero restare presso i reparti, finché erano in grado di camminare.
I feriti in combattimento, in teoria, dovevano essere raccolti da un appositamente costituito corpo di infirmiers per poi essere trasferiti alle ambulances di Reggimento. Tutta questa struttura era pensata per evitare che i compagni del ferito si assentassero dalla linea di battaglia per soccorrerlo: in pratica però questo succedeva normalmente, sia perché i soldati erano ben felici di lasciare la linea del fuoco, sia perché soprattutto i numeri di infirmiers e ambulances erano tragicamente inadeguati a far fronte a una mole di feriti come quella prodotta da una grande battaglia campale. Nonostante l’aiuto dei compagni, grandi quantità di feriti rimanevano comunque sul campo di battaglia, soprattutto gli sconfitti. Qui talvolta erano raccolti pietosamente da altri soldati o dai civili, ma nella maggior parte dei casi soccombevano nel giro di uno o due giorni alle ferite e alla sete.
A chi riusciva a raggiungere un posto di medicazione, si apriva un girone infernale in cui i pochi medici cercavano di far fronte all’immane mole di feriti. La maggior parte delle ferite era causata da palle di cannone o mitraglia. Queste, quando non colpivano il torso o la testa (ed erano quindi immediatamente fatali) amputavano le membra, cosicché al chirurgo non restava che ripulire la ferita dai frammenti d’osso e dai brandelli di carne, e procedere poi a ricucirla alla meglio. Le ferite da arma da fuoco affliggevano un’altra grande fetta dei soldati bisognosi di cure: in questo caso, se la ferita era particolarmente pulita il chirurgo tentava di estrarre la palla e ricucire, ma nella maggior parte dei casi non era così: la palla di piombo, colpendo il corpo, si schiaccia e inizia un moto rotatorio, massacrando la carne e spezzando le ossa; di conseguenza, anche qui in caso di ferite agli arti l’unica possibilità era normalmente l’amputazione, che i medici eseguivano in un tempo rapidissimo (nel giro di minuti) e senza alcun tipo di anestesia. Le ferite da arma da taglio erano le migliori: se non erano stati lesi organi vitali, si ricuciva e si poteva ragionevolmente sperare in un recupero.
Per tutti gli altri, se sopravvivevano allo shock dell’amputazione, la prima settimana era quella decisiva. Se la ferita era stata sufficientemente pulita, suturata bene ma in modo da lasciare una via al drenaggio dei fluidi, e se il sistema immunitario era in buone condizioni, allora il ferito poteva sperare di farcela. Altrimenti, infezioni e cancrena erano sempre in agguato, e in quel caso purtroppo la morte era certa.
 
 
Francesco Di Leone
Leutenant des Fusiliers
113ème Régiment d’Infanterie de Ligne (en reconstitution)