Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)
La prigionia
I soldati Toscani parteciparono da coscritti alle ultime campagne dell’Impero, le più disastrose: fra queste, la Spagna e la Russia. In queste campagne grandi quantità di soldati caddero nelle mani dei nemici, e visto il perdurare dello stato di guerra, non furono liberati che nel 1814-15 (nel caso dei prigionieri degli Inglesi) o anche più tardi (nel caso dei prigionieri in Russia).
All’epoca, non esisteva una convenzione internazionale sul trattamento dei prigionieri. L’esperienza della prigionia variava dunque in funzione delle tradizioni locali, delle condizioni economiche e politico-strategiche della potenza «ospitante».
La maggior parte dei prigionieri presi durante la campagna di Spagna fu catturata dagli Inglesi, o ceduta a questi ultimi dagli Spagnoli stessi, che non avevano risorse per gestire grandi quantità di uomini in cattività. Questi prigionieri finirono sia in campi di prigionia allestiti in vecchie fortezze in Inghilterra, sia su pontoni, vecchie navi riadattate come prigioni e ancorate nei porti di Cadice, Portsmouth e nell’estuario del Tamigi. I prigionieri degli Inglesi ricevevano dell’abbigliamento (rozzo ma confortevole), del cibo (monotono) e non potevano lasciare il campo di prigionia o il pontone; la popolazione locale invece poteva visitare a piacimento i luoghi di detenzione per fare affari con i prigionieri. Chi aveva un minimo di manualità, dunque, la metteva a frutto producendo piccoli oggetti che poi rivendeva alla popolazione, per avere un minimo di denaro con cui soddisfare le proprie necessità. In gran parte si trattava di oggetti intagliati in legno o in osso, come modellini di navi (anche se questi erano più una prerogativa dei marinai prigionieri, che dei soldati).
Il problema principale della prigionia in fortezza o nei pontoni era l’insalubrità dei luoghi, e sui pontoni questo problema era esacerbato dal freddo e dall’umidità. Essendo la nave in legno, le possibilità di riscaldamento erano scarse. La combinazione di affollamento, cibo monotono e povero di ingredienti freschi, freddo e umidità era la ricetta perfetta per lo scatenarsi di epidemie, e numerosi focolai infettivi decimarono la popolazione di prigionieri in Inghilterra.
Un vantaggio della prigionia in Inghilterra fu che, all’arrivo della pace, nel 1814, il ritorno a casa fu rapido: la Gran Bretagna non aveva alcun interesse a tenersi i prigionieri, che erano solo un peso per lo Stato; la vicinanza geografica e l’organizzazione britannica permisero rimpatri veloci e ordinati.
Condizioni simili a quelle subite dai prigionieri in Inghilterra, furono affrontate dai soldati catturati nel 1813-14 da Austriaci e Prussiani. Questi furono in gran parte internati in fortezze, ma il loro numero fu abbastanza esiguo e la prigionia fu breve (furono quasi tutti rimpatriati nel 1814).
Completamente diverso fu il caso dei soldati presi prigionieri in Russia. Qui è difficile dare dei numeri, ma siamo certi che i soldati catturati nella campagna del 1812 furono di gran lunga superiori a tutti i Francesi catturati nelle altre campagne napoleoniche: le stime vanno dai 160.000 a più di 200.000 prigionieri. I Russi in realtà non trattenevano questi prigionieri in campi o in fortezze, se non nella parte iniziale della prigionia (in cui le perdite per malnutrizione e malattia furono altissime, sia per le condizioni debilitate dei reduci della ritirata da Mosca, sia per le lunghe marce nel freddo e nella neve). I prigionieri dei Russi venivano infatti «ceduti» agli abitanti del luogo come manodopera a costo zero, e venivano impiegati dai contadini per aiutare nei lavori dei campi. Alcuni trovarono impiego presso i nobili locali come servitori e precettori dei figli, e divenne di moda avere un Francese in casa. Il prigioniero condivideva la sorte della famiglia a cui era assegnato, ma le condizioni erano decisamente migliori che in fortezza o su un pontone. Il cibo era più vario e nutriente, gli ambienti più caldi e salubri, e non ci dobbiamo sorprendere che in molti si adattassero bene alla loro nuova vita in Russia.
Nel 1813, lo zar emanò un editto che liberava tutti i prigionieri che avessero prestato giuramento di fedeltà e fossero così divenuti cittadini russi. In molti fecero questa scelta e si integrarono abbastanza bene nella società russa, e quando nel 1814 la guerra finì, non fu facile organizzarne il rimpatrio. I registri, quando c’erano, erano tragicamente incompleti, e gli emissari del Re di Francia riscontrarono poca collaborazione: da un lato, lo Stato e la società russa avevano tutto l’interesse a tenersi stretti quella che era a tutti gli effetti manodopera qualificata; dall’altro, molti soldati si erano «rifatti una vita» e preferirono restare in Russia. Tra il 1814 e il 1817 furono organizzati numerosi convogli di rimpatrio, ma la Francia riuscì a far rientrare solo una minoranza dei prigionieri. Altri continuarono a tornare per conto proprio negli anni successivi, e ci sono casi di ex-prigionieri rientrati in tarda età, con la famiglia al seguito. Quale impatto possa aver avuto nelle piccole comunità contadine della Toscana l’arrivo di un uomo dato per morto decine d’anni prima, con una moglie e dei figli che parlavano solo russo o polacco, è difficile anche da immaginare!