Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)

 

In guarnigione: l’igiene e la pulizia

 

Il soldato francese del periodo napoleonico, purtroppo dobbiamo dirlo, non era un campione d’igiene. In realtà, in questo non era particolarmente diverso della quasi totalità dei suoi coetanei; infatti non era consuetudine del periodo quella di lavarsi frequentemente. La cosa era anche comprensibile, visto che d’inverno l’unica acqua per lavarsi era gelida.
I regolamenti, comunque, prescrivevano la pulizia individuale, almeno delle parte visibili: chiedevano infatti agli uomini di lavarsi ogni mattina le mani e la faccia; inoltre ponevano molta attenzione alla cura dei capelli, e in quelle unità che avevano conservato la coda (ben poche, nel tardo Impero) erano previsti due pettini per ogni soldato, uno a denti più grossi per pulire i capelli dallo sporco e dal grasso, e uno a denti più fini per pettinarsi. La cura dei capelli era raccomandata perché i soldati normalmente portavano i capelli lunghi, anche se non più il codino di fine ‘700. La barba era proibita e i baffi permessi solo a Granatieri e Volteggiatori.
Non che l’igiene fosse sconosciuta: i regolamenti prevedevano infatti di pulire ogni mattina le camerate, spazzandole e passando lo straccio, e di cambiare regolarmente (ogni mese) le lenzuola e la paglia del pagliericcio. I pidocchi, e in alcuni casi le pulci, erano comunque molto diffusi, cosa che contribuiva al diffondersi di pericolose epidemie, come il tifo.
I regolamenti erano più eloquenti per quanto riguardava la pulizia delle uniformi e degli equipaggiamenti, ma anche qui, con modalità un po’ particolari rispetto a quelle che ci aspetteremmo oggi.
Per quanto riguarda la biancheria, per cominciare, nessuna sorpresa: ai soldati era chiesto di cambiarsi la camicia (e le mutande, se previste) ogni settimana; la biancheria sporca veniva lavata dalle blanchisseuses a spese dell’ordinaire e restituita la settimana successiva.
Passando ai capi di lana, le cose si fanno più complicate. Era infatti fatto assoluto divieto ai soldati di lavarli, per paura che si infeltrissero o si rovinassero, ma anche che perdessero il colore. La procedura per mantenere puliti questi capi prevedeva innanzitutto di limitarne l’uso: attività che,particolarmente, potevano causare macchie e altri danni, erano normalmente svolte indossando dei sarreau, dei camicioni di tela grezza che non erano in dotazione al singolo, ma alla squadra (di solito ogni squadra ne aveva un paio). In mancanza dei sarreau, i regolamenti prescrivevano di indossare l’habit a rovescio, mostrando la fodera all’esterno. La fodera, essendo di tela, era più facile da pulire, e anche se rimaneva una macchia, non si sarebbe vista.
In caso di macchie, vari procedimenti erano previsti per rimuoverle: il più comune prevedeva di grattarle con un pezzetto di gesso da pipe (terre de pipe) inumidito con la saliva, di lasciarlo seccare e poi di grattarlo via con le unghie. Eventuali resti di polvere venivano rimossi battendo il capo con un martinet, una sorta di frustino a più code che faceva parte della dotazione individuale di ogni soldato; questa era anche la procedura normale per rimuovere lo sporco «secco», come il fango o la polvere della strada. Solo se questi metodi non funzionavano, il soldato era autorizzato a lavare la macchia con acqua e sapone, e poi lasciare asciugare il capo all’aria. Altri utensili di pulizia inclusi nel bagaglio individuale del soldato erano la patience, la stecca per pulire i bottoni, e tre spazzole, una per gli abiti, una per gli ottoni (bottoni e fibbie) e una per le scarpe.
Col tempo, le parti bianche dell’abbigliamento (i pantaloni e il gilet, ma anche i risvolti dell’habit, nel caso della fanteria di linea) potevano ingrigirsi per lo sporco accumulato. In questo caso, una pratica risalente a prima della Rivoluzione prevedeva di spolverarlo con una mistura di crusca e «bianco di Spagna», una polvere di gesso finissima, e poi strofinarlo con un panno. Una passata con il martinet rimuoveva ogni eccesso di polvere. Il sistema era efficace ma il bianco di Spagna, molto alcalino, rovinava i tessuti, quindi la pratica era sconsigliata.
I soldati riponevano la stessa cura nella pulizia del proprio equipaggiamento: le cinghie delle giberne erano regolarmente imbiancate con una tintura fatta sciogliendo crusca e terra da pipa nell’acqua o nel latte caldi, o dove disponibile, con la biacca; la giberna era regolarmente incerata, per mantenerne le proprietà impermeabili, e ogni soldato (almeno in teoria) era dotato degli strumenti necessari a applicare la cera calda anche negli angoli più remoti della scatola.
I fucili, dal canto loro, erano semplicemente lavati, dopo aver sparato, versando acqua calda nella canna fino a quando non usciva pulita. La canna veniva poi asciugata passando uno straccio attaccato al cavapalle, e poi oliata con uno straccio imbevuto d’olio. L’esterno della canna, così come le altre parti metalliche del fucile e la baionetta, era pulito con polvere di smeriglio o lana d’acciaio inumidita con olio. In mancanza di smeriglio o lana d’acciaio, i soldati usavano anche la polvere di mattone.
 
 
Francesco Di Leone
Leutenant des Fusiliers
113ème Régiment d’Infanterie de Ligne (en reconstitution)