Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)
Il ritorno a casa
Nonostante che limitate licenze fossero previste dai regolamenti, il perdurare dello stato di guerra nell’ultima parte dell’Impero, e la distanza dei teatri operativi, fecero sì che in pratica nessuno riuscisse a tornare a casa. Poi, ad aprile 1814, Napoleone sconfitto abdicò, e tornarono i Borboni. Il nuovo re, Luigi XVIII, emise un decreto il 12 maggio 1814, con il quale riduceva il numero di reggimenti di fanteria e gli effettivi di ciascun reggimento. Tutti i soldati più anziani, e tutti quelli provenienti da territori che non facevano più parte della Francia, furono immediatamente congedati. I soldati provenienti dai dipartimenti italiani dell’Impero furono tra questi: gli fu permesso di tenere l’uniforme, come si faceva all’epoca, furono provvisti dei documenti che attestavano il loro servizio e furono instradati verso casa; lo stato francese si fece carico della loro sussistenza fino a che ebbero raggiunto il confine, poi furono assistiti dai governi sardo e austriaco. Lo stesso fu fatto con quegli uomini che tornarono, più tardi, dalla prigionia. Nel corso del 1814, quasi tutti i veterani dell’esercito napoleonico tornarono a casa, a parte i prigionieri in Russia, come abbiamo appena visto.
Gli ex-coscritti napoleonici tornarono ben volentieri alla vita civile, ma il tempo passato sotto le armi imperiali, inevitabilmente, li segnò per tutta la vita. Avevano vissuto esperienze assai lontane dalla tranquilla vita di provincia dei contadini italiani, e soprattutto avevano partecipato a una realtà, l’Impero napoleonico, che era in un certo qual modo il depositario dei valori della rivoluzione francese. Non solo: per la prima volta dopo secoli, gli Italiani, tutti uniti (anche se sotto bandiera francese) avevano combattuto e in alcuni casi si erano coperti di gloria. E i coscritti, tornati alle loro case nel Regno di Sardegna, nei Ducati di Parma e di Modena, nel Granducato di Toscana, nello Stato della Chiesa e nel Lombardo-Veneto austriaco, non dimenticarono. Erano diventati uomini orgogliosi, esperti nell’uso delle armi e spesso convinti sostenitori dell’unità italiana. In molti si arruolarono negli eserciti degli stati preunitari, appena ricostituiti, e vi fondarono società segrete di stampo liberale e dedite all’idea di nazione italiana: attraverso la loro azione, i sovrani preunitari non poterono più contare sulle loro truppe per reprimere i moti popolari, e anzi, quando scoppiarono le rivoluzioni del 1821, 1831 e più tardi del 1848, i veterani napoleonici si trovarono sempre alla testa dei patrioti.
Anche chi non scelse di riprendere le armi, conservò intatta la memoria dei momenti passati sotto le armi, e la fierezza di aver contribuito alla più grande avventura militare della Storia. Furono i veterani napoleonici a costruire, a livello di cultura popolare, il mito della grandezza di Napoleone e della sua armata. E quando, nel 1857, Napoleone III dette esecuzione al testamento dello zio, decretando l’istituzione di una medaglia per tutti i veterani dell’esercito francese tra il 1792 e il 1815 ancora in vita, anche dagli stati italiani, a migliaia scrissero a Parigi per richiedere l’onore: chi allegando i propri documenti di servizio ancora gelosamente conservati, chi descrivendo minuziosamente le proprie esperienze sotto le armi per corroborarne la richiesta.
In Toscana la notizia fu pubblicata nel Monitore Toscano del 10 ottobre 1854. In breve giunsero al Ministero degli Esteri Toscano oltre 6.000 domande delle quali oltre 5.000 furono trasmesse alla Legazione francese. Le domande accolte furono, per i toscani, 1491.
L’aspettativa di una pensione o di un riconoscimento in denaro andò però delusa. Il decreto del 1857 stabilì l’assegnazione di una medaglia commemorativa in bronzo riportante da un lato il profilo dell’Imperatore e dall’altro l’iscrizione “ Campagnes de 1792 à 1815, À ses compagnons de gloire son dernier pensée, 5 mai 1821”.