Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)

 

L’esperienza della battaglia

 

Indubbiamente, la battaglia è l’esperienza più traumatica che un soldato possa provare. Ma ci sbagliamo se pensiamo che fosse la quotidianità dei soldati: nel corso di una campagna, che poteva durare mesi, era raro che ci fossero più di due o tre scontri importanti e una manciata di altri secondari. A qualcuno poteva anche capitare di trascorrere l’intera campagna senza trovarsi mai in un combattimento, e per un coscritto del 1809 o 1810, le occasioni di trovarsi effettivamente faccia a faccia con il nemico si contarono sulle dita di una mano.
Anche chi si trovava a affrontare una battaglia, non era detto che arrivasse allo scontro a fuoco con il nemico. La maggior parte della battaglia, infatti, era composta da tempi morti. L’artiglieria ammorbidiva le posizioni nemiche, mentre fanteria e cavalleria manovravano per cercare punti deboli nello schieramento avversario, o più spesso cercavano di mettersi al riparo in attesa di partire all’assalto.
La tensione doveva comunque essere forte, anche per chi attendeva ordini nascosto in un fosso o in una trincea: il fuoco delle artiglierie era assordante, le palle fischiavano, e le giovani reclute (che come sappiamo non facevano praticamente mai addestramento a fuoco) dovevano essere terribilmente spaventate. Ancora peggio quando, per mancanza di ripari, le truppe erano schierate a portata di tiro dell’artiglieria nemica, e dovevano attendere di piè fermo l’ordine di avanzare. La palla di cannone, anche a distanza di 8-900 m, avevano abbastanza forza da portare via un’intera fila di uomini. L’impatto psicologico era spaventoso, la paura di morire paralizzante. L’ordine di avanzare arrivava come una liberazione.
Mano a mano che ci si avvicinava al nemico, le perdite aumentavano. A 400 m di distanza, i cannoni nemici smettevano di tirare a palla piena e passavano alla mitraglia, che apriva terribili vuoti nei reparti avanzanti. Quando si arrivava di fronte al nemico, poi, veniva dato l’ordine di fermarsi, il battaglione si schierava in linea e iniziava il fuoco di fucileria. La distanza media d’ingaggio era intorno ai 150 metri, e i soldati combattevano in formazioni serrate proprio per controllare il fuoco e dirigerne il più possibile contro il nemico. Era quindi la disciplina di fuoco che contava più della mira: chi riusciva a inviare più palle all’indirizzo del nemico nell’unità di tempo, vinceva lo scontroa. Anche per questo, per massimizzare l’effetto del tiro, si cercava di far sparare le unità tutte insieme, con la cosiddetta «salva di fucileria». Ma nel fragore assordante, era difficile sentire gli ordini, l’adrenalina saliva alle stelle, e il fuoco inevitabilmente degenerava in quello che i Francesi chiamavano feu de billebaude, in cui ogni soldato caricava e sparava per conto proprio, ignorando gli ordini. Se lo scontro a fuoco durava più di qualche minuto, anche la linea iniziava a sfaldarsi, con i soldati che cercavano riparo negli avvallamenti del terreno o si buttavano a terra per offrire un bersaglio minore. Gli ufficiali sapevano che se il reparto si sfaldava, e gli uomini trovavano riparo, sarebbe stato impossibile farli muovere di nuovo, quindi si cercava di limitare gli scontri a fuoco e di attaccare alla baionetta appena si percepiva un indebolimento della linea nemica.
Gli attacchi alla baionetta, però,  non arrivavano quasi mai in fondo. Una delle due parti, inevitabilmente, cedeva prima del contatto: quella con il morale più basso, quella con meno disciplina, quella che aveva subito più perdite. Le rotte cominciavano sempre dall’ultima fila, perché chi era davanti a tutti non poteva voltarsi e fuggire. Ma quando un’unità andava in rotta, era allora che subiva le perdite più alte, perché i fuggiaschi erano inevitabilmente abbattuti dal fuoco o sciabolati dalla cavalleria che si era gettata all’insguimento.
Le battaglie non erano sempre caratterizzate da due linee che vomitavano fuoco l’una contro l’altra, come induce invece a far credere l’immaginario della battaglia napoleonica.  I soldati del periodo non erano né eroi inutili né stupidamente ossequiosi dei regolamenti, né tantomeno lo erano i loro ufficiali. Si cercava di tenere il più possibile gli uomini al riparo, limitando al massimo la manovra sotto il fuoco e cercando l’assalto risolutivo. Inoltre, si cercava di sfruttare le asperità del terreno o i villaggi per creare caposaldi fortificati. È impossibile redigere una statistica, ma probabilmente la maggioranza degli scontri di fanteria delle guerre napoleoniche non avvenivano con due linee che si fronteggiavano in campo aperto sparandosi addosso per un tempo indefinito, ma ruotavano attorno all’attacco e alla difesa di un luogo più o meno fortificato, dalla fagianaia di Sokolnitz, al granaio di Essling, alle ridotte di Borodino, alla fattoria di Hougumont.
Vale la pena forse a questo punto chiedersi: per chi combattevano i soldati napoleonici? All’epoca, e anche nella storiografia successiva, si sprecavano i paragoni con i soldati dell’ancien régime, mercenari che restavano nella linea di battaglia solo perché avevano più paura dei loro ufficiali che del nemico, mentre i soldati della Repubblica e dell’Impero erano cittadini che difendevano la loro Patria con il vigore degli ideali della Libertà. Certo un esercito di “cittadini” ha motivazioni e quindi comportamenti diversi da uno di professionisti. La strategia, la tattica, il ruolo degli ufficiali, inferiori e superiori, è assolutamente diverso. La battaglia, la guerra, cambiano  a Valmy e cambia  anche la Storia Militare.  Ma in realtà (come hanno ben argomentato gli studi di S.L.A. Marshall e John Keegan), anche se qualcuno poteva anche andare in cerca di gloria, chi combatte, da sempre, lo fa per difendere i propri compagni, non scappa per non doversi vergognare nei loro confronti, nei confronti della squadra, dl plotone, della compagnia.  E allo stesso modo, anche i soldati francesi dell’epoca napoleonica combattevano per sopravvivere e per far sopravvivere i loro compagni d’arme, che erano ormai la loro famiglia e tutto il loro mondo.
 

 

Francesco Di Leone
Leutenant des Fusiliers
113ème Régiment d’Infanterie de Ligne (en reconstitution)