Il soldato napoleonico (la leva, la vita quotidiana, la guerra)

 

Le armi e l’equipaggiamento

 
Come per quanto riguarda il vestiario, anche qui abbiamo degli oggetti forniti dalla masse d’Habillement et équipement (i più importanti: fucile, zaino, giberna) mentre altri, materiale di consumo, erano a carico del soldato tramite trattenute sulla paga (in questo caso non sulla masse de linge et chaussures, ma su un altro fondo).
L’equipaggiamento del soldato si completava con l’oggetto principale, che definiva la sua funzione di soldato: il fucile.
Il fusil d’infanterie modèle 1777, corrigé an IX (fucile da fanteria modello 1777, modificato nell’anno IX della Repubblica) era un fucile a canna liscia, monocolpo a polvere nera, con caricamento ad avancarica e acciarino a pietra. Il fucile era lungo 1,515 m e pesava (senza baionetta) 4,375 kg. Il calibro era di 17,5 mm, ma le palle erano normalmente sottocalibrate, infatti, all’epoca, produrre un’arma con delle tolleranze paragonabili a quelle delle armi moderne avrebbe avuto costi proibitivi. Quindi, per riuscire a produrre milioni di moschetti (Il moschetto modello 1777 con tutte le sue varianti è stata probabilmente l’arma più prodotta al mondo fino al XX secolo) si doveva economizzare sulla precisione. Il risultato era che il calibro dell’arma era in realtà variabile intorno ai 17,5 mm, mentre il calibro delle palle poteva variare ancora di più. Se canna e palle fossero stati tutti prodotti puntando allo stesso calibro, una buona metà delle palle non sarebbero riuscite a entrare nelle canne.
Questo sistema assicurava che il soldato sarebbe sempre riuscito a caricare il fucile, ma ovviamente la palla, spinta dai gas dell’esplosione, percorreva la canna rimbalzando sulle pareti riducendo ancora di più la gittata e la precisione del tiro. L’arma era letale a 250 metri, ma oltre i 70-80 metri era quasi impossibile mettere a bersaglio un tiro mirato. Per questo motivo, la dottrina dell’epoca prevedeva di combattere in ordine chiuso, in modo da scaricare una grande quantità di colpi  allo stesso momento sullo stesso bersaglio, sperando che qualcuno andasse a segno!
Del resto, l’esercito francese non era particolarmente noto per l’abilità nel tiro. La mira non era una qualità ricercata nei soldati, sebbene i manuali dessero alcune nozioni di come puntare il fucile in base alla distanza dal bersaglio. La polvere era poca, e di qualità abbastanza scarsa, quindi spendere troppo tempo nell’addestramento a fuoco era giudicato controproducente. I soldati francesi si addestravano al tiro con cartucce vere solo un paio di volte l’anno. Quello che invece si cercava di ottenere era la rapidità nel caricamento e la disciplina di fuoco: imparare a far fuoco tutti allo stesso momento e nella stessa direzione. Per questo si ripetevano fino alla nausea i dodici tempi del caricamento, in modo che i soldati li imparassero talmente bene da eseguirli poi, sul campo di battaglia, in modo automatico, meccanico, senza bisogno di pensare.
Le cartucce erano composte da un involucro di carta (da cui il nome) arrotolato su un mandrino e schiacciato a un’estremità, in cui veniva poi inserita la palla e la polvere. L’altra estremità era poi ripiegata su sé stessa per chiudere la cartuccia. Le cartucce venivano confezionate in involucri da 15. I due pacchetti da 15 cartucce venivano inseriti in due scomparti nella scatola interna della giberna, che aveva anche sei fori per contenere cinque cartucce sfuse, e una piccola ampolla con dell’olio per tenere pulito il fucile. Sotto la scatola trovavano posto gli stracci, il cacciavite per smontare il fucile, e il cavapalle, che si montava sulla bacchetta per estrarre una palla non sparata (la guardia si faceva con il colpo in canna, e ovviamente finita la guardia, l’arma andava scaricata, ma recuperando palla e polvere!). Si riponevano qui anche i materiali necessari alla pulizia del fucile, come la polvere di mattone o la limatura di ferro. La giberna aveva anche una tasca frontale per conservare le pietre di ricambio, già avvolte nel piombo o nella pelle per poter essere prontamente sostituite in caso di necessità, e una tasca sulla bandoliera dove si infilava il fodero della baionetta.
Oltre alla giberna, l’altro contenitore fondamentale del soldato era lo zaino, nel quale doveva trovare posto tutto il suo (magro) patrimonio, non solo in campagna, ma anche in caserma, dal momento che le camerate non disponevano di armadi. Lo zaino era in pelle di vacca o di cavallino, con il pelo all’esterno e rivolto verso il basso, in modo da far sgrondare l’acqua. Aveva al suo interno 4 scomparti principali: uno per la biancheria pulita, uno per quella sporca, uno per le razioni di cibo e uno per le scarpe di ricambio e il materiale di pulizia.
Ogni soldato, infatti, aveva in dotazione tutto il materiale necessario per mantenere in ordine il proprio vestiario, tra cui tre spazzole (una per gli abiti, una per la pelle e una per fibbie e bottoni), una stecca per lucidare i bottoni, del bianco di Spagna o della terra da pipe (una sorta di gesso usato per sbiancare i risvolti dell’habit) e poi ovviamente ago e filo, cera per incerare la giberna e renderla impermeabile, e una lesina per eventuali riparazioni agli oggetti in cuoio. I soldati erano tenuti a tenere in ordine il proprio abbigliamento e equipaggiamento, e a svolgere essi stessi le riparazioni necessarie a mantenerlo in buono stato: se il soldato non riparava un oggetto e col tempo il problema diventava irreparabile, costringendo a una sostituzione, il costo gli sarebbe stato messo in conto.
La nostra recluta avrà dunque imparato ben presto a maneggiare il suo fucile, a compiere nel più breve tempo possibile e con la maggior esattezza possibile i dodici movimenti del caricamento, ma anche a riporre con cura il suo vestiario all’interno dello zaino, secondo la sequenza ben descritta dal Colonnello Bardin nel suo Manuel d’Infanterie, a cucire i bottoni e a fare piccole riparazioni alle scarpe o alla giberna.
 
 
Francesco Di Leone
Leutenant des Fusiliers
113ème Régiment d’Infanterie de Ligne (en reconstitution)