Appunti sulla battaglia napoleonica

La battaglia napoleonica non deve essere considerata un conflitto materiale tra due fronti contrapposti, dove quello piú numeroso o con piú cannoni deve vincere matematicamente: una battaglia è innanzitutto lo scontro tra opposte forze morali, tra due volontà incompatibili che vogliono prevalere l’una sull’altra. La vittoria non premia chi “ha ucciso” piú nemici, ma chi ha distrutto nel nemico la determinazione di resistere.Gli alti comandi prestano molta cura nel pianificare la battaglia, nello schierare gli uomini e nel programmare la sequenza con la quale dovranno scendere in campo.Se i generali hanno la pertinenza cruciale del piano di battaglia e quella di guidare la manovra delle truppe, queste ultime sono le uniche depositarie di due importanti elementi costitutivi della battaglia: la distruzione e la decisione, ovvero l’azione di fuoco e l’urto.La fanteria è la piú importante delle armi perché può svolgere tutte le funzioni: può distruggere l’avversario sparando, può scacciarlo dal campo con le cariche alla baionetta, può sostenere la difesa senza nessun aiuto.

L’artiglieria è insostituibile nella distruzione, aprendo varchi paurosi tra i nemici, ma non può fare nè reggere l’urto.

La cavalleria non potrà mai competere con le altre specialità per la capacità di distruggere il nemico con le armi da fuoco, né può essere utilizzata come base nella difesa, perché la cavalleria che sostenesse da ferma una carica sarebbe inevitabilmente spazzata dal terreno.

La cavalleria è inferiore alle altre armi in tutto, tranne che in una caratteristica, in cui invece eccelle: la mobilità. Questa qualità è indispensabile per le riserve e per l’attacco, perché aumenta l’imprevedibilità dell’azione e perché la velocità moltiplicata per la massa provoca una forza d’urto formidabile.

La battaglia è spesso molto lunga. Le forze vengono gettate nella mischia come carbone in una fornace: il vincitore è inevitabilmente chi mantiene il proprio fuoco acceso piú a lungo. Il decorso operativo della battaglia è diametralmente opposto a quello strategico della campagna: tanto questo è teso all’annientamento del nemico, fine per il quale tutte le forze sono simultaneamente impegnate, quanto la battaglia è, invece, una forma di lotta per logoramento.

Per questo motivo i comandanti schierano le proprie truppe su linee successive e hanno gran cura nel tenere a disposizione una riserva che verrà utilizzata solo in casi di estrema necessità: mai Napoleone fu tanto avaro quanto nell’impegnare la Guardia.

Un intenso fuoco di artiglieria dà il via alla battaglia. Raramente essa viene usata in controbatteria perché l’effetto è tanto ininfluente da essere considerato uno spreco di munizioni. Invece l’obiettivo prediletto dagli artiglieri sono le grandi formazioni di fanteria o di cavalleria che si tenta di colpire trasversalmente e non di fronte, in modo che i proiettili compiano il percorso piú lungo possibile attraverso le unità: d’infilata o contro i quadrati o le colonne l’effetto è tremendo: un solo proiettile può falciare dozzine di uomini.

Ben presto il campo di battaglia è nascosto alla vista da nuvole di fumo acre e denso e i comandanti in capo dovranno fare affidamento sui messaggi che giungono loro dalla linea del fronte per capire che cosa sta succedendo: in questo modo essi si formano una visione complessiva dell’andamento della battaglia.

Gli ufficiali ai livelli inferiori, invece, conoscono solo ciò che avviene nel loro raggio visivo e sono, né piú e né meno che i loro uomini, ingranaggi di un meccanismo piú grande: il loro compito si limita ha trovare il modo piú opportuno per realizzare gli ordini ricevuti.

Dopo il fuoco preparatorio inizia a muovere la fanteria. Al ritmo del tamburo i fanti marciano verso i propri obiettivi. Il rullio è ossessivo ma indispensabile per mantenere la cadenza del passo: per il resto verranno distribuiti pochi ordini. E pochi potrebbero essere ubbiditi, perché il rumore, la tensione, e il fatto che le truppe sono state “caricate” con bevande alcooliche – talvolta fino ad essere ubriache fradice – certamente non facilitano l’esecuzione di manovre molto complicate.

Davanti alla linea di fanteria agiscono gli schermagliatori che sparano contro gli ufficiali o tormentano le truppe con i loro tiri mirati. Sono abilissimi nel ritardare i movimenti avversari, ma anche molto vulnerabili dagli attacchi corpo a corpo e praticamente indifesi contro le cariche di cavalleria: all’approssimarsi di una minaccia consistente devono cedere il passo alla fanteria di linea.

La fanteria di linea ha marciato il piú possibile in colonna e poi, a distanza di sicurezza dietro la protezione fornita dagli schermagliatori, si è dispiegata in linea.

Quindi è avanzata verso il nemico: l’ordine della formazione in questo momento è vitale: una linea che scarica all’unisono i moschetti a distanza ravvicinata può avere un’efficacia del 90%.

L’ufficiale dirige il tiro contro il centro della formazione nemica per limitare gli svantaggi della dispersione del proiettili.

I fanti seguono le cadenze del caricamento in modo sempre piú convulso: i piú inesperti non si accorgono se il fucile ha fatto cilecca e infileranno nella canna un’altra palla e poi un’altra ancora: tirando il grilletto brucerà appena la polvere nello scodellino ma un soldato impaurito non nota la differenza.

I fanti piú furbi, invece, ridurranno il doloroso rinculo del moschetto contro la spalla versando un po’ della polvere nera per terra anziché nella canna.

Ben presto anche di fronte alle linee di fanteria si accumuleranno le nuvole degli spari. I proiettili escono dalla canna in modo relativamente lento ma sono pesanti e provocano ferite spaventose.

Una dopo l’altra le formazioni di fanteria si alternano sulla linea di fuoco, fin quando un’unità riceverà l’ordine di inastare la baionetta: può essere sufficiente questa vista per far scappare un nemico fiaccato dall’effetto distruttivo del fuoco, ma se l’unità minacciata mostra di essere pronta a ricambiare, è difficile che la prima realizzi il suo proposito e le parti si invertiranno. Il chirurgo di Napoleone Larrey calcolò che solo il 2% scarso di perdite fosse causato dal “ferro”, ma nonostante questo è la carica, anche solo dichiarata, che provoca la decisione dello scontro tra le fanterie.

Chi fa maggior uso dell’arma bianca è la cavalleria: gli ussari e i corazzieri, i dragoni e i carabinieri non hanno paura di prendersi a sciabolate guardandosi negli occhi: per questo si sentono superiori ai fanti.

Quando avviene uno scontro tra cavallerie pesanti, poi, il fragore del cozzo tra le formazioni si può sentire per tutto il campo di battaglia.

Nella battaglia tra cavallerie, chi usa la scherma francese tiene la spada dritta di fronte a sé in modo da colpire di punta, altri, ad esempio gli inglesi, hanno armi massicce che vengono usate di taglio.

raramente, però, la cavalleria agisce senza il supporto della fanteria o dell’artiglieria, perché quando le tre armi sono abilmente coordinate in un unico attacco la loro forza combinata è quasi irresistibile.

Il generale ordinerà che la cavalleria esca dalla riserva e si diriga verso un punto preciso dove potrà esercitare tutto il proprio potenziale di urto. Spesso è un ufficiale di massimo livello a cavalcare alla testa degli squadroni indicando con il proprio movimento la direzione a tutte le truppe.

E i cavalli procedono, prima al passo, poi al trotto, ed infine al galoppo per gli ultimi duecento metri divorati in pochi secondi: è uno spettacolo tremendo, un’onda imponente e luccicante di sciabole che fa tremare e rimbombare la terra: una fanteria disordinata o anche in linea non può sostenere questa visione terribile e tanto meno il suo urto devastante.

Fuggiranno e sarà ancora peggio, perché l’unico modo per salvarsi è quello di chiudersi in quadrato ed ergere a propria protezione una selva di baionette protese verso la gola del cavallo: questo può reggere anche tre o quattro palle in corpo e correre ancora, per morire dissanguato a battaglia conclusa, ma non può scavalcare quest’ostacolo: non è addestrato a saltare, e anche se lo fosse non ci riuscirebbe.

Il cavallo non calpesta nemmeno i fanti distesi per terra e spesso questa estrema misura è utilizzata dai fanti per salvarsi dalla cavalleria, sperando che prosegua oltre.

La battaglia è al suo culmine. La forza di decisione, squadroni e battaglioni freschi tenuti in riserva e impiegati solo al momento opportuno, ha definitivamente sconvolto il nemico, le sue formazioni sono rovesciate, la rotta della linea non può essere fermata da nessuno: non esiste piú patria o imperatore che tenga.

Una riserva di cavalleria insegue spietatamente i fuggitivi: i fanti con lo zaino affardellato e la coperta arrotolata in cima hanno una protezione dai fendenti che provengono dall’alto: ma i cavalieri li superano e menano un colpo di taglio all’indietro.

Sul campo rimangono solo i morti, i feriti e i vincitori, esausti.

In epoca napoleonica non esisteva un sistema metrico univoco, ogni paese ne aveva uno proprio e anche più d’uno:

  • un miglio autriaco corrispondeva a 7586,45 metri 
  • un miglio inglese (come oggi) a 1.609,31 metri 
  • una vesta russa a 1.076 metri una lega francese a 4.444,45 metri.